Fenomenologia dell’altro. L’altro che incontro ha un abito culturale che comprende anche un sistema capillare di liturgie, di azioni pubbliche condivise, che comprendono la distanza tra le persone, il contatto oculare, il modo di prendere la parola eccetera. Queste liturgie hanno l’effetto e la funzione di diminuire l’ansia che la presenza dell’altro genera: fino a quando si muove nei binaari della liturgia mi sento al sicuro, so che il mio corpo non sarà toccato in modo inopportuno e che non succederanno altre cose spiacevoli.
Il sistema delle liturgie ovviamente riguarda anche me: io stesso devo muovermi in un certo modo, secondo stereotipie che ho interiorizzato. Ciò, se da un lato minimizza l’angoscia sociale, dall’altro comporta una doppia violenza. Su sé stessi, intanto, perché bisogna costantemente limitare il ventaglio delle azioni e stare nei binari della rettorica (e qualsiasi situazione che ci scuota dal fondo rischia di allontanarcene). E sull’altro, se è un altro che non condivide il nostro sistema liturgico: lo straniero e il folle, ma in qualche misura anche chi è semplicemente anticonformista.
3 gennaio 2026, 09.24.