Di primo mattino scrivo un articolo per Gli Stati Quotidiani sul caso di Abderrahim Fakir. E seguo un po’ il dibattito sui social netword — ma il termine dibattito improprio. Si tratta ormai — ed è ciò di cui parlo nell’articolo — di fare il tifo, schierandosi immediatamente da una parte o dall’altra a seconda che una posizione appaia di destra o di sinistra.
Un implicito di una parte significativa del discorso pubblico è, ormai, questo: che il valore della vita umana ha gradi diversi, che vanno da un massimo fino a zero. E vale zero la vita dei soggetti che sono più lontani da noi. Vale zero la vita dei palestinesi, che hanno la colpa di essere musulmani, e l’odio verso i musulmani è feroce; vale zero la vita di coloro che sono in qualche modi pericolosi o inquietanti: gli stranieri, i delinquenti, tutti coloro i cui comportamenti sono non conformisti. E zero vale anche la vita dell’avversario politico, per il quale si usano termini denigratori stereotopati, come zecca rossa.
È una combinazione esplosiva di diversi fattori: un basso livello di istruzione (l’Italia è uno degli ultimi Paesi europei per titolo di studio), un elevato livello di frustrazione, dovuto anche alla progressiva perdita di valore degli stipendi, anni di propaganda d’orio delle televisioni e, da ultimo, il meccanismo feroce dell’algoritmo dei social network, che spinge verso la polarizzazione. Una palude morale dalla quale sembra difficile che ci si possa tirar fuori, e nella quale affonda giorno dopo giorno la nostra stessa democrazia.