Un giorno dei miei tredici anni. Esco da scuola: il “De Sanctis”, che da molti anni è un rudere in fase di ricostruzione. Attraverso la strada. All’altezza di un benzinaio si avvicinano due ragazzine. Non mi pare di conoscerle. Una delle due mi rivolge la parola. “Lo sai che sei bello?” Poi scappano via. Non so come reagire. Torno a casa un po’ confuso.

Prima di allora nessuno mai, credo, mi aveva fatto un complimento. Certo non per il mio aspetto fisico. E dunque quelle poche parole segnano uno spartiacque. Un prima e un dopo. Ora che sono così lontano da quella tarda mattina, vedo bene l’effetto di quelle parole. Se non vi fossero state, e se non fossero giunte poi altre parole, non avrei saputo cosa vuol dire essere apprezzati, riconosciuti, desiderati, stimati. Avrei perso molto. Ma molto meno, immagino, di quel che ho perso grazie a quelle parole, e alle altre che sono venute poi. Perché si ha un bel dire che il giudizio dell’altro non conta. La verità è che per tutta la vita siamo presi nel gioco della seduzione, fisica o intellettuale che sia; per tutta la vita cerchiamo lo sguardo benevolo, ammirato, desiderante dell’altro, e se manca soffriamo, e ci sentiamo vuoti. E difatto lo siamo. Siamo vuoti, perché lo sguardo dell’altro finisce per costituirci. E il gesto che libera è a un passo, semplicissimo: e tuttavia così difficile da sembrare impossibile.