Fenomenologia dell’altro. Ogni identità, scrive Luce Irigaray, è sempre sessuata. L’altro, l’altra sono, appunto, sempre maschio o femmina. “Io non è mai semplicemente mio, in quanto appartiene a un genere” (In tutto il mondo siamo sempre in due. Baldini Castoldi Dalai, Milano 2006, p. 41). L’appartenenza al genere è determinata da quelli che Irigaray chiama “dati irriducibili” (p. 67): la donna nasce da una donna, l’uomo non nasce da un essere umano del suo stesso genere; la donna può generare in sé, l’uomo no. E tuttavia anche Irigaray deve ammettere - e nel giro dello stesso discorso - che non si è mai maschi o femmine in base a questi dati irriducibili:
Affermare che l’uomo e la donna sono realmente due soggetti diversi non corrisponde pertanto a rinviarli a un destino biologico, a una semplice appartenenza culturale. L’uomo e la donna sono diversi culturalmente. Ed è bene che la cosa sia così: risulta da una costruzione diversa della loro soggettività (ibidem).
C’è dunque una istanza che precede il genere, ed è la cultura. Il genere si declina in modi diversi a seconda della cultura da cui è costruito. L’altro si presenta a me come maschio o femmina - ma anche come transessuale -, ma in primo luogo come esito di un processo culturale di soggettivazione.
L’altro si presenta nella sua essenza umana solo nella penombra, nell’incertezza della prolessi; appena ne compare il volto, compare la designazione culturale. E con essa compaiono gentilezza, amicizia, indifferenza, ostilità o odio.